Pedra
Settembre 4, 2007
Era il Novembre del 1994, in quel mese si spense dopo mesi di malattia la mia nonna materna. Durante la veglia funebre, la casa era piena di gente: parenti, amici, conoscenti, vicini di casa, compaesani di mia nonna e di mia madre, originarie di un paese nella provincia di Nuoro. Tra i tanti presenti, ce n’era uno che non avevo mai visto e che non sapevo minimamente chi potesse essere. Mi avvicino a mia madre e così le chiedo chi sia quel signore e lei mi dice che un amico di famiglia, che è venuto dal paese apposta per il mia nonna e che si chiama Pedra. Stava li, seduto in una sedia, in un angolo della sala. Non parlava con nessuno, teneva le gambe ben chiuse, con le mani intrecciate tra le ginocchia e lo sguardo fermo senza fissare nessun punto in particolare, aveva la faccia scavata da tante rughe, e aveva un aspetto mesto ma signorile, quasi la sua preoccupazione maggiore fosse quella di non disturbare. Da quando entrò a casa, fino a quando non se ne andò per tornare in paese, non disse una parola, non chiese neanche una volta di andare in bagno. Di tanto in tanto, mia madre si avvicinava a dargli un bicchierino di liquore o dei pasticcini, e lui ogni volta ringraziava scuottendo la testa come fanno i giapponesi. Tornai sul discorso di Pedra, al trigesimo di mia nonna, oramai vicini al Santo Natale. Chiesi a mia madre, come mai non sentii mai parlare di quell’uomo in casa e così mia madre mi raccontò tutta la storia
Mia madre era molto piccola ancora, l’Italia si trovava in piena guerra e insieme ai due fratelli e a mia nonna, stavano ancora in paese, si trasferiranno a Cagliari definitivamente, soltanto a metà degli Anni Cinquanta. Una mattina mentre mia madre passeggiava per il paese con mia nonna, si vedono Pedra correre verso di loro con una lettera in mano:
- Signora Sebastiana, Signora Sebastiana, mi hanno preso, mi hanno preso.
- Ciao Pedra, chi è che ti ha preso?
- I Carabinieri, hanno accettato la mia domanda, devo partire subito per Napoli e poi non lo so dove mi manderanno.
- Mi raccomando Pedra, fai da bravo, si obbiedente ai superiori e vedrai che andrà bene, entrare nei Carabinieri non è da tutti, capito?
- Si Signora Sebastiana, farò da bravo e vedrà, dopo che finirà la guerra ci rivedremo presto.
Pedra partirà per Napoli, ma poi in uno dei suoi tanti trasferimenti, quando l’Italia era oramai occupata dall’esercito tedesco, viene arrestato e trasferito in un lager insieme a centinaia di ebrei. Non si seppe mai il motivo per cui fu arrestato dai nazisti, conoscendolo avrà aiutato degli ebrei a nascondersi, a scappare o cose simili. Nel lager in cui viene internato, vi erano molti bambini e il comandante di quel campo, gli faceva fare lavori domestici nel suo alloggio, mansioni di cuoco, ma anche di domestico (lavare, stirare). Anche questo particolare, non si capisce molto del perché, se perché l’avesse preso in simpatia, perchè in fondo non era ebreo o altro, ma oltre a quelle mansioni gli fu data quella di accompagnare i bambini nell’androne delle doccie. Lui doveva rassicurare i bambini che non gli sarebbe capitato nulla, li aiutava a togliersi i pochi indumenti che avevano addosso e poi i soldati tedeschi li facevano mettere in fila per farli entrare nelle docce. Quelle docce, non erano delle solite doccie, oltre all’acqua usciva il gas che addormentava e uccideva i bambini ebrei. Pedra dopo che i bambini entravano nella zona delle doccie, risistemava i vestiti e le scarpette in modo cosi pignolo, come se credesse davvero in cuor suo che quei bambini andavano a fare la doccia e che presto sarebbero tornati a rivestirsi.
Finita la guerra, Pedra tornò al paese, ma in abiti borghesi: l’Arma dei Carabinieri esonerò definitivamente Pedra perché inabile al servizio, così almeno fu la motivazione ufficiale. Passava così il tempo nella piazza centrale del paese davanti alla chiesa, dove giocavano soprattutto i bambini a pallone. Lui passava il tempo a guardare il bambini correre dietro la palla, ogni tanto regalava loro delle caramelle. Nel paese così, qualcuno incominciò a lamentarsi dalla madre e i fratelli di Pedra. Dissero che non volevano Pedra gironzolare attorno ai loro figli, che era mezzo matto, che aveva qualche rottella fuori posto. Pedra non lavorava, perché il padre prima di morire lasciò buona parte delle proprietà terriere a lui, anche se ci lavoravano i fratelli, e così questi ultimi, non gli sembrava vero che in paese c’era gente che si lamentavano di lui e così, convinsero la madre di farlo rinchiudere in manicomio per farlo curare. La madre dopo troppe insistente, accettò. Si rivolsero ad un giudice in un paese vicino e firmarono la procura per farlo rinchiudere. Pedra fu trasferito al manicomio di Cagliari e mia nonna, che si era trasferita anni prima con i figli, andava ogni settimana a trovarlo. Gli portava i giornali, il dentifricio, insomma le solite cose. Ogni volta che andava chiedeva ai medici come stava, se era veramente matto e se un giorno sarebbe guarito. I medici, rispondevano sempre allo stesso modo:
- Signora, fa il matto quando lo vuol fare, ma non è matto. E’ solo un ragazzo che ha passato un grave trauma, solo lui sa cosa ha visto e cosa ha provato quando prigioniero dei tedeschi. Ha un evidente esaurimento nervoso, ma se anziché mandarlo qui l’avessero tenuto a casa, le cose per lui sarebbero andate meglio.
Passarono una ventina di anni e mia nonna rincontrò Pedra in paese. Era guarito ed era tornato ad una vita normale:
- Signora Sebastiana, come sta? Si ricorda di me, sono Pedra?
-Certo che mi ricordo, come stai?
- Bene, sto bene. Lo sa, sono guarito e la mamma mi ha perdonato.
- Ah sii!! Tua madre ti ha perdonato?
- Si, e lo sa che mi sono pure fidanzato.
- Davvero? Ti sei fidanzato?
- Si e ci sposiamo fra tre mesi.
- Sono molto contenta. Congratulazioni e mi raccomando, fai da bravo!!
- Si, farò molto da bravo.
Pedra è morto due mesi fa circa all’età di 92 anni.
A.


Leave a Reply